Lo studio dell’artista è un piccolo parlamento dove costruiamo la realtà e prendiamo decisioni che hanno influenza sul mondo ( Olafur Eliasson)

 Lo studio dell’artista è un luogo polivalente dove si producono le opere d’arte, ma anche dove si conservano le opere in attesa della vendita e si incontrano committenti, collezionisti e altri artisti. Lo studio può essere una fervente officina, una sorta di museo, un salotto, una vera e propria impresa o, in alcuni casi, una piccola unità mobile che viene allestita per l’occasione, quando l’ispirazione si accende e l’artista ha bisogno di concretizzare la propria idea.

Lo studio dell’artista è da considerarsi una “universitas rerum”, ovvero una pluralità di cose connesse alla vita professionale dell’artista. Alcuni studi sono caotici e pieni di gente, altri invece sono in ordine e silenziosi. Molti studi possono essere dei  luoghi di lavoro fisico, ma anche angoli tranquilli in luoghi all’aperto dove prendono vita idee e riflessioni: il luogo dove l’artista crea è una fonte inesauribile di informazioni sul suo lavoro, sul suo processo creativo. 

Vi parlerò dello studio dell’artista come teatro dell’anima e dell’ingegno, mostrandovi le foto che amici pittori e artisti mi hanno inviato; passerò poi in rassegna alcune delle tipologie di studio, parlerò della Factory di Andy Wahrol, dello studio come impresa di Koons, ma anche dell’atelier “en plein air” di Monet.

Lo studio come teatro dell’anima e dell’ingegno

Alcuni amici pittori hanno accolto la mia proposta di aprire le porte dei loro laboratori ed io ho il piacere  di mostrarvi  le immagini che ho ricevuto. Vedrete studi molto diversi tra loro, sia per dimensione che per stile, ma ognuno racchiude la tonalità del suo artista. Stanze piene di oggetti, libri, strumenti musicali, arnesi da lavoro, all’interno delle quali ogni singolo elemento può essere un indizio importante per la scoperta del suo proprietario.

Luoghi intrisi di una serena quiete, ma dove si consumano inquietudini, epifanie, delusioni e soddisfazioni. Teatri dell’anima e dell’ingegno – li ho definiti io- dove la sceneggiatura viene scritta con il colore e la materia, dove gli attori protagonisti, ora inquieti, ora sereni, ispirati o nel pieno caos, demoralizzati o carichi di energia creatrice, sperimentano ruoli diversi e mettono in scena dialoghi visivi straordinari che incanteranno.

Soffermatevi a guardare le immagini che ho raccolto qui di seguito, sfogliate la rivista fatta di mosaici di foto, ed immaginatevi il rumore della matita che si posa sul foglio da disegno, il lievissimo fruscio del filo che viene intrecciato, sentite l’odore della trementina e guardate quel timido raggetto di sole filtrato dalla finestra, che si posa sulla pelle ed illumina le parti in oro dell’opera. Tendete l’orecchio al cinguettio degli uccellini che cantano fuori dalla finestra della stanza e poi lasciatevi stordire dalla musica che viene sparata dalle casse presenti nell’ambiente oppure lasciatevi cullare dal suono dei violini che, in armonia, interpretano classiche sinfonie.  Abbandonatevi ai cinque sensi ed  immergetevi in questi studi di artisti, ciascuno con le sue intrinseche caratteristiche, prima di proseguire con la lettura.

Artinside Studio dell'artista

La Factory: lo studio di Andy Wahrol

“Organizzai il mio studio con il tavolo da lavoro sul davanti, vicino alle finestre, ma tenni quasi tutte le finestre oscurate, mi piaceva così. Il retro del loft gradualmente divenne zona di Billy che venne a vivere alla Factory.

Nel 1963, Wahrol decise di spostare il proprio spazio di lavoro alla Factory,  quinto piano di una ex fabbrica di cappelli sulla 47° strada, a Midtown Manhattan,  ed incaricò  Billy Name di occuparsi dell’arredamento. Trenta metri quadrati per dodici: pavimenti neri, luci stroboscopiche, pareti di stagnola e vernice argentata, oggetti ricoperti di carta d’argento e un globo di specchi in grado di riflettere la luce;  al centro una poltrona rossa trovata per strada. La Factory  era il  punto di ritrovo per  artisti, attori, scrittori, drag queen, musicisti, intellettuali d’ogni sorta, un’officina  di lavoro collettivo, un luogo di sperimentazioni. Era un luogo dove regnava l’eccesso condito da musica rock  sparata a tutto volume. 

Lo studio d’artista come un’impresa

Esistono studi che assomigliano a vere e proprie imprese, dove ci sono uffici stampa interni, curatori, addetti alla sicurezza. Basti pensare allo studio di oltre 9000 metri quadrati di Damien Hirst (l’artista dello Squalo in formaldeide) che comprende laboratori, spazi per l’imballaggio delle opere ed una galleria espositiva, o ancora lo studio di Gerhard Richter, alle porte di Colonia, che è il più grande della Germania e comprende curatori, archivisti, architetti e assistenti internazionali. Non è da meno lo studio dell’artista Jeff Koons che, un anno fa, licenziando molti dei suoi assistenti, accese la polemica sugli orari di lavoro e sulla bassa paga dei collaboratori, designer che lavoravano nel suo studio.

Lo studio dell’artista all’aperto

Lo studio dell’artista è spesso considerato come un luogo all’interno di un edificio, una stanza in cui l’artista si rifugia dal mondo esterno per riflettere, creare, produrre; ma ci sono alcune eccezioni.  A questo proposito è famoso l’episodio che vede protagonisti Claude Monet ed il giornalista Emile Taboureaux. Nel 1880 il pittore stava soggiornando a Vétheuil, un paesetto sulla riva destra della Senna, quando ricevette la visita del giornalista Emile Taboureaux che voleva intervistarlo per il giornale La Vie Moderne. Quando il giornalista mostrò il desiderio di vedere l’atelier del pittore, Monet rispose: “Il mio atelier? Non ho mai avuto un atelier e non comprendo chi si rinchiude in una stanza”. Poi, indicando con un ampio gesto la Senna e la campagna, ribadì: “Ecco il mio atelier”. Con questo gesto eloquente, Monet dichiarava la sua pratica pittorica, la pittura en plein air contrapposta a quella all’interno degli atelier.

Lo studio come specchio interiore ed esteriore di borghese

L’ atelier è lo spazio lavorativo, ma anche il mondo interiore dell’artista, e a questo riguardo è molto interessante l’opera L’arte della Pittura di Jan Vermeer, nella quale il pittore, seduto comodamente a gambe larghe, con le calze che gli cadono e le pantofole, ci rende partecipi del suo universo esteriore di borghese ed interiore.

Il pavimento a quadri bianchi e neri e altri oggetti come la sedia sulla sinistra, il tavolo, la carta geografica, il lampadario sono presenti anche in altri dipinti e rivelano che siamo all’interno di un’abitazione molto probabilmente la stessa casa di Vermeer, dove l’artista vive e lavora. Ogni oggetto minuziosamente descritto e abilmente illuminato mostra l’equilibrio sereno della borghesia dell’epoca.

Conclusioni

Da alcuni anni il Segretariato regionale del MiBACT per il Piemonte porta avanti un lavoro di mappatura degli atelier d’artista nella città di Torino, sostenuto finanziariamente dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, nell’ambito del Piano per l’arte contemporanea. Studi d’Artista. I luoghi di produzione dell’arte .

Concludo questo articolo lanciando una proposta: “Perché non allargare anche in altri territori questa indagine-censimento, che sta portando avanti la città di Torino?” Attraverso un lavoro sistematico e accurato si potrebbero sviluppare itinerari e visite fuori dall’ordinario alla scoperta degli atelier.

(c) 2018 Maddalena Grazzini-  All rights reserved

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